L’Italia si appresta a recepire la direttiva UE 2024/825, un passo decisivo nella lotta al “greenwashing”, ovvero la pratica di presentare come ecosostenibili attività o prodotti che in realtà non lo sono. Il provvedimento mira a modificare il Codice del Consumo per rafforzare le tutele contro i messaggi ambientali ingannevoli e non verificabili.
Le scadenze normative
Il percorso legislativo è già tracciato: lo schema di decreto legislativo è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 9 novembre. Il recepimento formale della direttiva è previsto entro il 27 marzo 2026, mentre le nuove disposizioni diventeranno pienamente applicative a partire dal 27 settembre 2026.
I quattro pilastri dell’ESMA
L’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha già fissato quattro principi guida fondamentali che le aziende, specialmente nel settore finanziario, devono seguire per una comunicazione trasparente:
- Accuratezza: Le dichiarazioni devono rappresentare fedelmente la sostenibilità del prodotto, evitando esagerazioni o omissioni.
- Accessibilità: Le informazioni devono essere facili da reperire e comprensibili per tutti gli investitori.
- Supporto: Ogni affermazione “green” deve essere supportata da fatti concreti, processi chiari e metodologie credibili.
- Attualità: La comunicazione deve essere costantemente aggiornata per riflettere le evoluzioni reali.
Focus sul settore finanziario: integrazioni ed esclusioni
L’ESMA mette in guardia contro l’uso di termini generici come “ESG integration”, suggerendo di non abusarne se l’impatto reale sulla composizione del portafoglio è minimo. Viene inoltre richiesto che i criteri di esclusione (come quelli relativi ad armi, tabacco o combustibili fossili) siano chiari, coerenti e basati su soglie specifiche. Non è più accettabile, ad esempio, dichiarare un fondo come “sostanzialmente diverso” da uno tradizionale se la sovrapposizione tra i due portafogli rimane altissima (vicina al 90%).
Il ruolo delle banche e i rischi reputazionali
Secondo un report di KPMG, il settore bancario è in prima linea nella gestione di questi rischi. Sebbene il 39% delle banche che hanno già operato una classificazione abbia inserito il greenwashing nella quota di “rischio reputazionale”, la sfida oggi è più ampia.
Come sottolineato dagli esperti, la sostenibilità non può più essere un semplice “storytelling” isolato, ma deve diventare un elemento strutturale integrato nella governance, nei processi di pianificazione e nel risk management. La mancanza di trasparenza non rappresenta più solo un danno d’immagine, ma un vero e proprio rischio legale e operativo.
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